Sentenze Corte di Cassazione Settembre 2020

Ecco le ultime sentenze emanate dalla Corte di Cassazione nel mese di Settembre 2020 riguardo a diversi temi, tra cui i rapporti di lavoro tra datore e lavoratrice madre, i diritti dei condomini e il disconoscimento di paternità.

« Tempestività dell’azione di disconoscimento di paternità: prova della conoscenza dell’adulterio.

Con Ordinanza n. 19324/20, del 17 settembre 2020, la Cassazione ha statuito che la tempestività dell’azione di disconoscimento è regolata dal principio secondo cui vi deve essere la conoscenza certa e provata di un fatto idoneo a determinare il concepimento del figlio che si intende disconoscere, non avendo alcuna rilevanza il precedente sospetto di un adulterio ».

« Il diritto dominicale dei singoli condomini.

In materia condominiale la Corte di Cassazione con ordinanza n.19566 si è recentemente espressa (19/09/2020) confermando l’orientamento prevalmente secondo cui chi agisce per il riconoscimento di una servitù passiva a carico del Condominio deve citare in giudizio i singoli condomini e non l’Amministratore condominiale. Quest’ultimo infatti ha il potere di agire e resistere solo per la tutela dei beni comuni e non è legittimato quando le pretese di terzi sono volte ad intaccare il diritto dominicale dei singoli condomini.”

« Rientro al lavoro a seguito di maternità: il trasferimento integra gli estremi del mobbing?

In applicazione dell’art. 2059 c.c., la Suprema Corte con sentenza n. 5166/2020 del 16 settembre 2020, si è pronunciata a favore della lavoratrice riconoscendo la liquidazione del danno biologico e del danno morale derivante dalla condotta ostile del datore di lavoro tenuta nei suoi confronti al rientro dal congedo di maternità. Nel caso di specie il datore di lavoro non solo si era mostrato indifferente rispetto alle oggettive difficoltà di conciliazione degli impegni lavorativi e di madre di un bambino di tenera età, ma le ha rese ancor più pesanti con continui trasferimenti via via più lontani dalla sede di assunzione e di residenza della lavoratrice. I Giudici hanno statuito che il trasferimento a più di 600 km da casa costituisca violazione dei principi di correttezza e buona fede contrattuale e nella specie condotta idonea a mobbizzare la lavoratrice madre ».

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