Diritto della famiglia: le ultime sentenze a riguardo

Diversi Tribunali italiani si sono recentemente pronunciati riguardo a diversi temi nell’ambito del diritto di famiglia: presupposti per l’assegno divorzile, infedeltà coniugale e diritto di mantenimento a favore di un figlio maggiorenne.

I PRESUPPOSTI PER GIUSTIFICARE L’ATTRIBUZIONE DELL’ASSEGNO DIVORZILE RISIEDONO NELLA MANCANZA DI INDIPENDENZA O AUTOSUFFICIENZA ECONOMICA DEL CONIUGE RICHIEDENTE

Con sentenza n. 282 del 03.11.2020 il Tribunale di Lanciano ha stabilito, sulla scia ormai di un orientamento sempre più consolidato dei giudizi di merito e della Suprema Corte di Cassazione, che in tema di determinazione dell’assegno divorzile non è il divario tra le condizioni reddituali della parti al momento del divorzio, nè il peggioramento delle condizioni economiche del coniuge richiedente l’assegno rispetto alla situazione di vita matrimoniale, che possono giustificare di per sè l’attribuzione dell’assegno, ma la mancanza della indipendenza o autosufficienza economica del coniuge richiedente. L’accertamento relativo alla inadeguatezza dei mezzi ed alla incapacità di procurarseli per ragioni oggettive deve essere saldamente ancorato alle caratteristiche e alla ripartizione dei ruoli endofamiliari, tenuto conto delle scelte e dei ruoli sulla base dei quali si è impostata la relazione coniugale e la vita familiare”. Sulla stessa scia si pone anche Tribunale Messina n. 1455 del 19.10.2020 secondo cui l’attribuzione dell’assegno divorzile è subordinata alla specifica circostanza di fatto della mancanza in capo all’istante di mezzi adeguati e della impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive. Ciò il Tribunale messinese ha deciso ricordando che le Sezioni Unite della Suprema Corte, nella pronuncia n. 18287 dell’11.07.2018, hanno interpretato il suddetto requisito nel senso che la mancanza di mezzi adeguati va esaminata alla luce degli altri criteri indicati nel medesimo articolo (durata del matrimonio, ragioni della separazione, contributo dato alla conduzione familiare ed al patrimonio comune), destinati a conferire rilievo alle scelte ed ai ruoli sulla base dei quali si è impostata la relazione coniugale, in applicazione principio di solidarietà che deve informare la funzione perequativa e riequilibratrice dell’assegno e che trova fondamento costituzionale nel principio della pari dignità dei coniugi (art. 2, 3, 29 Cost.).

 

 L’ INFEDELTÀ CONIUGALE COSTITUISCE UNA CIRCOSTANZA SUFFICIENTE A GIUSTICARE L’ADDEBITO DELLA SEPARAZIONE AL CONIUGE RESPONSABILE? ECCO TRE SENTENZE A RIGUARDO DEI TRIBUNALI DI SIRACUSA, PALERMO E MESSINA

Tre Autorità giudiziari siciliane si sono espresse sulle conseguenze del tradimento ritenendo in una prima sentenza il Tribunale di Siracusa (sentenza n. 1068 del 03.11.2020) che l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale rappresenta una violazione grave che determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, costituisce di regola, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile;

Tuttavia, ricorda il Tribunale che l’infedeltà di un coniuge rileva ai fini dell’addebito della separazione soltanto quando sia stata la causa o concausa della frattura del rapporto coniugale, e non anche quando, risulti non avere spiegato alcuna concreta incidenza negativa sull’unità familiare e sulla prosecuzione della convivenza, essendo state l’una e/o l’altra già irrimediabilmente compromesse.

Per la Corte di Appello di Palermo, invece, che si è espressa con sentenza n. 1162 del 29.07.2020, in tema di separazione personale fra i coniugi deve ritenersi che in assenza di ulteriori elementi la sola circostanza della prossimità temporale tra il primo episodio di infedeltà coniugale accertato e la proposizione del ricorso per separazione deve ritenersi un mero indizio, privo dei requisiti necessari per assurgere a piena prova, onde dimostrare l’assenza di nesso causale tra l’infedeltà e la crisi coniugale, sul mero rilievo che detto episodio intervenisse a fronte di una crisi preesistente e irrimediabile.

In argomento, invece il Tribunale di Messina, con sentenza n. 1455 del 19.10.2020 ha fatto discendere che in linea generale il coniuge tradito ha diritto al risarcimento del danno morale anche in assenza di addebito della separazione. Al contrario non scatta il ristoro quando l’ex partner si è depresso per il fallimento dell’unione ancora prima che per la relazione sentimentale.

 

È SUFFICIENTE UN UNICO EPISODIO DI PERCOSSE PER DETERMINARE L’ADDEBITO DELLA SEPARAZIONE AL CONIUGE RESPONSABILE

Per il Tribunale di Firenze, che si è espresso sentenza n. 1314, sezione Prima, del 05-06-2020, deve ritenersi che sia sufficiente un unico episodio di percosse a determinare l’addebito della separazione al coniuge che se ne rende responsabile laddove nessuna giustificazione può essere addotta, tanto meno tantomeno eventuali tentazioni di “frivolezze” da parte della vittima, laddove la violenza domestica, quale violazione di norme di condotta imperative poste a tutela di beni di rango costituzionale, è di per sé sufficiente a determinare l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, non rilevando in contrario alcuna diversa mancanza da parte dell’altro coniuge.

Mentre, con riguardo ad episodi violenti accaduti dopo la separazione la Cassazione penale, con sentenza n. 3087 del 23.01.2018, ha ritenuto che le condotte vessatorie poste in essere ai danni del coniuge non più convivente, a seguito di separazione legale o di fatto, integrano il reato di maltrattamenti in famiglia e non quello di atti persecutori, in quanto i vincoli nascenti dal coniugio o dalla filiazione permangono integri anche a seguito del venir meno della convivenza.

 

IL FIGLIO MAGGIORENNE CHE DESIDERA GODERE DEL DIRITTO AL MANTENIMENTO DEVE PROVARE DI ESSERSI OPERATO CON IMPEGNO NELLA RICERCA DI UN LAVORO

Sulla scia di precedenti conformi, il Tribunale di Cosenza, con sentenza n. 1668 del 03.10.2020 ha statuito in tema di separazione o divorzio ai fini dell’accoglimento della domanda di un contributo al mantenimento da parte del figlio maggiorenne, è onere del richiedente provare non solo la mancanza di indipendenza economica – che è la precondizione del diritto preteso – ma di avere curato, con ogni possibile, impegno, la propria preparazione professionale o tecnica e di avere, con pari impegno, operato nella ricerca di un lavoro, mentre è il soggetto passivo del rapporto a essere onerato della prova della raggiunta effettiva e stabile indipendenza economica del figlio, o della circostanza che questi abbia conseguito un lavoro adeguato alle aspirazioni soggettive.

 

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